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Gezi, l’AKP e la natura delle proteste a Istanbul

Negli ultimi sei mesi ho avuto la fortuna di vivere, studiare e lavorare in Turchia. Vivere a Istanbul è un’esperienza che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita e mi ritengo fortunato nell’ aver scelto di vivere nel lato asiatico, nella vivace e bella Kadıköy, dove c’è anche uno dei migliori ristoranti della città, Ciya (e per me che ho lavorato in passato come cuoco queste cose hanno sempre un peso notevole). Già conoscevo questo paese ma chiaramente viverci aiuta a capire meglio alcune dinamiche, anche se devo dire che le idee di fondo che mi ero fatto non le ho cambiate tanto (anche se uno non vive normalmente in un posto, leggere buoni libri sulla storia, cultura e politica di quel paese aiuta in genere).

Ad ogni modo, le proteste delle ultime due settimane hanno riattizzato ferocemente l’attenzione dei media globali su un paese di cui si parla tanto ma di cui si capisce sempre troppo poco. Su Limes Online ho provato, ad inizio settimana, a raccontare la mia percezione analitica di quello che è successo. Essa è tendenzialmente diversa da molte idee apparse in giro, in particolare sulla stampa italiana dove si è fatta passare l’idea che questo fosse un paese sull’orlo della rivoluzione (non vi dico le telefonate allarmate dalla famiglia). Come ha detto bene una mia amica americana che vive in Italia: “puoi dirmi cosa ne pensi? i media americani ne parlano poco ma qui sembra che la Turchia stia per implodere”. No, la Turchia non sta per implodere. Ha solo qualche difficoltà – che è strutturale, cioè di lungo periodo- nel gestire, veicolare e assorbire il dissenso.  Ma direi che i sensazionalismi e le letture “orientaliste” (e ve lo dice uno che non è un grandissimo fan di Said) basate su uno scontro titanico islamisti vs secolaristi nuociono alla comprensione: di questo paese in genere e dei fatti di Gezi nello specifico.

Per l’articolo completo su Limes, clicca qui


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